[Criptovalute e antiriciclaggio - V Direttiva UE e indicazioni in Italia]

La nuova direttiva (UE) 2018/843 è entrata in vigore il 9 luglio 2018 e gli Stati membri dovranno attuarla entro il 10 gennaio 2020.

Tra le novità trattate, viene dato spazio al tema delle “valute virtuali” come nominate nella stessa direttiva, e ai riflessi in materia di antiriciclaggio, con particolare attenzione agli obblighi e adempimenti per i prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute aventi corso legale (vale a dire le monete e le banconote considerate a corso legale e la moneta elettronica di un paese, accettate quale mezzo di scambio nel paese emittente) e i prestatori di servizi di portafoglio digitale, che attualmente non sono soggetti all’obbligo dell’Unione di individuare le attività sospette in tema di antiriciclaggio.

La V Direttiva, nel suo considerando n. 8, specifica quindi che è di fondamentale importanza ampliare l’ambito di applicazione della precedente direttiva UE 2015/849 in modo da includere i prestatori dei suddetti servizi  nei più stringenti obblighi legati all’antiriciclaggio e al contrasto del finanziamento del terrorismo (AMI/CFT), indicando che le autorità competenti dovrebbero essere in grado di monitorare, attraverso i soggetti obbligati, l’uso delle valute virtuali. Tale monitoraggio consentirebbe un approccio equilibrato e proporzionale, salvaguardando i progressi tecnici e l’elevato livello di trasparenza raggiunto in materia di finanziamenti alternativi e imprenditorialità sociale.

Con il successivo considerando n. 9, la norma europea specifica che “l’anonimato delle valute virtuali ne consente il potenziale uso improprio per scopi criminali. L’inclusione dei prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute reali e dei prestatori di servizi di portafoglio digitale non risolve completamente il problema dell’anonimato delle operazioni in valuta virtuale: infatti, poiché gli utenti possono effettuare operazioni anche senza ricorrere a tali prestatori, gran parte dell’ambiente delle valute virtuali rimarrà caratterizzato dall’anonimato. Per contrastare i rischi legati all’anonimato, le unità nazionali di informazione finanziaria (FIU) dovrebbero poter ottenere informazioni che consentano loro di associare gli indirizzi della valuta virtuale all’identità del proprietario di tale valuta. Occorre inoltre esaminare ulteriormente la possibilità di consentire agli utenti di presentare, su base volontaria, un’autodichiarazione alle autorità designate.

Nel D.Lgs. 90/2017 (attuazione della direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo) si ritrova la seguente definizione di valuta virtuale: “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente“.

La V Direttiva UE effettua alcune precisazioni ulteriori, definendo valuta virtuale “una rappresentazione di valore digitale che non emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente“.

Appare quindi evidente la volontà del legislatore europeo di trovare maggiori specifiche che connotino le caratteristiche delle criptovalute, non riconoscendo ad esse valore di valuta a corso forzoso come avviene in alcuni stati extra UE, quale il Giappone ad esempio.

Come anticipato, la nuova direttiva europea prevede “la possibilità di consentire agli utenti di presentare, su base volontaria, un’autodichiarazione alle autorità designate” per consentire di associare gli indirizzi della valuta virtuale all’identità del proprietario.

Tale identificazione sta alla base delle informazioni raccolte con l’adeguata verifica effettuata dai soggetti obbligati e stabiliti dalle norme antiriciclaggio, come ad esempio banche, professionisti e quindi ora anche prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute reali e dei prestatori di servizi di portafoglio digitale.

Ma quello che preme segnalare è la disposizione inserita nello schema del decreto ministeriale di attuazione proposto dal MEF, nel cui art. 2, 2° comma, viene previsto l’obbligo di iscrizione nella sezione speciale anche agli “operatori commerciali che accettano valuta virtuale quale corrispettivo di qualsivoglia prestazione avente ad oggetto beni, servizi o altre utilità”. Questo porterebbe di fatto ad appesantire di responsabilità e di adempimenti anche gli operatori commerciali e, di conseguenza potrebbe determinare un forte deterrente all’accettazione e alla divulgazione delle criptomonete nel nostro paese come strumento di pagamento e scambio di valore.

Lungi dal voler fornire valutazioni a riguardo, ci auspichiamo che le competenti autorità italiane valuteranno adeguatamente i provvedimenti futuri anche in ottica di un reale sviluppo basato sulle nuove tecnologie, evitando trasferimenti di imprese e imprenditori verso paesi con previsioni più favorevoli in tal senso.

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[Utility Token - cosa sono e come sono tassati in Italia]

Le nuove tecnologie legate alla blockchain hanno reso possibile l’introduzione di nuove forme di fundraising per i nuovi progetti che si intendono sviluppare, tra cui le ICO, ossia le Initial Coin Offering (o Initial Currency Offering), che permettono la raccolta di cripto valute o valuta FIAT per finanziare i progetti nascenti.

Al fine di stimolare l’interesse dei possibili finanziatori, possono essere offerti i beni o i servizi che il progetto fornirà, a condizioni vantaggiose tramite utility tokens.

L’azienda emittente specificherà nel proprio “white paper” (documento di dettaglio del progetto e delle condizioni):

  • – l’ammontare minimo e massimo dei token da offrire sul mercato;
  • – il valore di ogni token in termini di valuta corrente ovvero di valuta
    virtuale;
  • – la quantità di valuta corrente o di valuta virtuale necessaria per
    comprare un token;
  • – il valore dei beni e servizi che potranno essere resi al compratore del token, successivamente all’ICO, ovvero la quantità di token necessaria per ottenere un determinato bene o servizio;
  • – il numero di token emessi in aggiunta a quelli offerti, che la società si riserva di mantenere come propri.

I titolari dei token potranno restituirli in qualsiasi momento alla Società
emittente per fruire dei beni e servizi che la stessa è autorizzata a vendere.
In alternativa, l’acquirente potrà cedere il token a terzi, a fronte di un corrispettivo in valuta corrente o valuta virtuale.

Questo strumento può diventare interessante anche per chi intende speculare sul possibile aumento di valore dei token, dato che l’offerta è fissa, e quindi, se la domanda dovesse crescere a seguito del successo del progetto e di quanto offerto dallo stesso, ne conseguirebbe un incremento di valore.

L’aumento dei progetti in Italia che prevedono l’emissione di utility token ha portato alla risposta n. 14 dell’Agenzia delle Entrate all’interpello promosso in tema di “Regime fiscale (IRES, IRAP ed IVA) relativo alla offerta di token digitali“.

In tale risposta, come primo assunto l’AdE specifica che i token saranno rappresentativi unicamente del diritto di acquistare beni e servizi del soggetto emittente, con espressa esclusione di finalità di natura monetaria, speculativa e partecipativa.

 

IVA

L’AdE inizia la sua analisi dal trattamento Iva, facendo riferimento alla cessione degli utility token da parte della Società verso corrispettivo a privati consumatori, e ritenendo che gli stessi presentino caratteristiche tali da essere tendenzialmente assimilati ai voucher, quali strumenti che conferiscono al detentore il diritto a beneficiare di determinati beni e/o servizi.
Quindi, secondo l’AdE vige il principio secondo cui l’emissione e la circolazione dei voucher non assumono rilevanza IVA, non configurandosi quale anticipazione della cessione/prestazione cui i “buoni” stessi danno diritto. La rilevanza fiscale, e quindi l’applicazione dell’IVA, si assume dunque al momento dell’utilizzo del voucher, ossia all’atto dell’acquisto del bene/servizio che lo stesso incorpora (i.e. consumo finale).

Per l’ente la cessione degli utility token è riconducibile ad una mera movimentazione finanziaria, non rilevante agli effetti dell’IVA e l’imposta si renderà esigibile solo al momento in cui i beni saranno ceduti o i servizi prestati con la spendita dei token.

Imposte sui redditi

Passando all’analisi delle imposte sui redditi derivanti dalla cessione di utility token, l’AdE specifica che qualora  sul piano contabile l’operazione sia rappresentata come una mera movimentazione finanziaria in applicazione dei corretti principi contabili, la stessa non assumerà autonoma rilevanza fiscale ai fini IRES.
Conseguentemente, ai fini delle imposte sui redditi, le somme incassate a seguito dell’assegnazione degli utility token non incideranno sulla determinazione “dei redditi” del periodo d’imposta in cui concorrono alla formazione della base imponibile i beni e/o le prestazioni di servizi cui hanno diritto i possessori dei buoni regalo; i componenti di reddito saranno invece considerati fiscalmente rilevanti:

  1. nel momento dell’imputazione a conto economico ex art. 83 Tuir;
  2. nel momento in cui la cessione dei beni e/o la prestazione dei servizi è considerata effettuata ex art. 109 Tuir.

Relativamente all’Irap, l’AdE richiama gli stessi principi enunciati per l’Ires.

In ultimo, la risposta n. 14 in esame, specifica che le remunerazioni e i compensi erogati sotto forma di token ai propri amministratori e dipendenti, in ossequio del principio di onnicomprensività, costituiscono per i percettori reddito di lavoro dipendente, da assoggettare a ritenuta d’acconto ai sensi dell’articolo 23 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 sempreché il valore di tale forma remunerativa superi, per ciascun percettore, nel periodo d’imposta,
euro 258,23.

Al termine dell’analisi del trattamento fiscale degli utility token, l’Agenzia delle Entrate nella risposta 14 fornisce importanti indicazioni anche sugli utenti che acquistano e detengono i token.

Ai fini della tassazione dei redditi realizzati dalle persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di una attività di impresa, che detengono gli utility token, si ritiene che gli stessi costituiscono rapporti da cui deriva il diritto di acquistare a termine (quando sarà disponibile) il prodotto o il servizio e, pertanto, sono suscettibili di generare un reddito diverso ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR.
Tali redditi diversi di natura finanziaria devono essere indicati nel quadro RT del Modello Redditi – Persone Fisiche e sono soggetti ad imposta sostitutiva con aliquota del 26 per cento.”

 

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[Vendita Diretta e Incaricati alle Vendite - l'opportunità, e i dettagli]

La vendita diretta rappresenta una particolare forma di commercio con una specifica regolamentazione.

In particolare, il D. Lgs. 31/03/1998 n. 114 – Riforma della disciplina relativa al commercio, e la Legge 17/08/20015, n. 173 – Disciplina della vendita diretta, dettano le regole per le forme “speciali di vendita al dettaglio” annoverando in tale disciplina gli “Incaricati alla Vendita“, i “Venditori Porta a Porta“,  e i“Venditori a Domicilio“.

Specifiche del d. lgs. 114/1998

Trattando delle forme speciali di vendita ad dettaglio, ed in particolare delle vendite effettuate presso il domicilio dei consumatori, il decreto specifica:

  • L’azienda committente che intende avvalersi per l’esercizio dell’attività di incaricati, ne comunica l’elenco all’autorità di pubblica sicurezza del luogo nel quale ha avviato l’attività e risponde agli effetti civili dell’attività dei medesimi. Gli incaricati devono essere in possesso dei requisiti di onorabilità prescritti per l’esercizio dell’attività di vendita;
  • L’azienda committente rilascia un tesserino di riconoscimento alle persone incaricate, che deve ritirare non appena esse perdano i requisiti richiesti;
  • Il tesserino di riconoscimento deve essere numerato e aggiornato annualmente, deve contenere le generalità e la fotografia dell’incaricato, l’indicazione a stampa della sede e dei prodotti oggetto dell’attività dell’impresa, nonché del nome del responsabile dell’impresa stessa, e la firma di quest’ultimo e deve essere esposto in modo visibile durante le operazioni di vendita.

Specifiche della l. 173/2005 

La legge 173/2005 innanzitutto definisce i soggetti e l’oggetto della vendita diretta:

a) “vendita diretta a domicilio”: la forma speciale di vendita al dettaglio e di offerta di beni e servizi, di cui all’articolo 19 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, effettuate tramite la raccolta di ordinativi di acquisto presso il domicilio del consumatore finale o nei locali nei quali il consumatore si trova, anche
temporaneamente, permotivi personali, di lavoro, di studio, di intrattenimento o di svago;
b) “incaricato alla vendita diretta a domicilio”: colui che, con o senza vincolo di subordinazione, promuove, direttamente o indirettamente, la raccolta di ordinativi di acquisto presso privati consumatori per conto di imprese esercenti la vendita diretta a domicilio;
c) “impresa” o “imprese”: l’impresa o le imprese esercenti la vendita diretta a domicilio di cui alla lettera a).

Successivamente, all’art. 3, vengono dettagliate le caratteristiche dell’attività dell’incaricato alle vendite:

1. L’attività di incaricato alla vendita diretta a domicilio, con o senza vincolo di subordinazione, e’ soggetta all’obbligo del possesso del tesserino di riconoscimento di cui al D. Lgs. 114/1998, e può essere svolta da chi risulti in possesso dei requisiti di cui all’articolo 5, comma 2, del medesimo decreto legislativo.
2. L’attività di incaricato alla vendita diretta a domicilio senza vincolo di subordinazione può essere esercitata come oggetto di una obbligazione assunta con contratto di agenzia.
3. L’attività di incaricato alla vendita diretta a domicilio senza vincolo di subordinazione può essere altresì esercitata, senza necessità di stipulare un contratto di agenzia, da soggetti che svolgono l’attività in maniera abituale, ancorché non esclusiva, o in maniera occasionale, purché incaricati da una o più imprese.
4. La natura dell’attività di incaricato alle vendite dirette e’ di carattere occasionale sino al conseguimento di un reddito annuo, derivante da tale attività, non superiore a 5.000 euro.
5. Resta ferma la disciplina previdenziale recata dall’articolo 44, comma 2, ultimo periodo, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326.

Divieto delle forme di vendita piramidali e di giochi o catene

Un’importante previsione fornita dalla legge 173/2005, è quella del divieto delle forme di vendita piramidali, per cui:

1. Sono vietate la promozione e la realizzazione di attività e di strutture di vendita nelle quali l’incentivo economico primario dei componenti la struttura si fonda sul mero reclutamento di nuovi soggetti piuttosto che sulla loro capacità di vendere o promuovere la vendita di beni o servizi determinati direttamente o
attraverso altri componenti la struttura.
2. E’ vietata, altresì, la promozione o l’organizzazione di tutte quelle operazioni, quali giochi, piani di sviluppo, “catene di Sant’Antonio”, che configurano la possibilità di guadagno attraverso il puro e semplice reclutamento di altre persone e in cui il diritto a reclutare si trasferisce all’infinito previo il pagamento di un corrispettivo.

Gli incaricati alle vendite dirette godono di un vantaggioso regime fiscale, che in sintesi prevede:

  • TassazioneRitenuta a titolo definitivo del 23% sul 78% delle provvigioni percepite.
I ricavi percepiti dall’impresa committente, rientrano infatti nella categoria delle provvigioni. Tali compensi possono essere di 2 tipi:
  • Provvigioni Dirette: per affari procurati direttamente.
  • Provvigioni Indirette: per affari procurati dai propri Incaricati alle Vendite reclutati.
Le imposte su tali redditi sono disciplinate dall’art.25 – bis del D.P.R. 600/1973, il quale prevede che le provvigioni siao assoggettate alla ritenuta d’imposta con l’aliquota prevista per il primo scaglione di reddito (attualmente 23%). La ritenuta per gli incaricati alle vendite dirette viene applicata sul 78% delle provvigioni, ed è operata a titolo d’imposta definitiva.
Pertanto gli incaricati alle vendite dirette non dovranno presentare la dichiarazione annuale dei redditi nel caso abbiano percepito solo provvigioni derivanti da vendite dirette (R.M.180/E del 12.07.1995), e comunque tali redditi non concorrono a formare reddito con le altre forme reddituali eventuali percepite dal contribuente, e per le quali invece sussiste l’obbligo dichiarativo.
 

Iva sulle provvigioni

Nel caso di attività di incaricato alle vendite dirette svolta in modo occasionale, e comunque con provvigioni percepite annualmente non superiori a € 6.410,26, non sussiste l’obbligo di apertura della Partita Iva, e quindi è esclusa l’applicazione dell’Iva sui compensi percepiti (R.M.18/E del 26.01.2006).

Nel caso invece di attività svolta in forma abituale e professionale, o comunque al superamento del limite di compensi percepiti sopra riportato, occorre aprire apposita Partita Iva per svolgere l’attività, e quindi applicare l’Iva alle provvigioni percepite ai sensi dell’art.4 del D.P.R. 633/1971.

In quest’ultimo caso, gli incaricati hanno l’obbligo di versamento mensile o trimestrale dell’Iva, della presentazione delle “Comunicazione delle liquidazioni periodiche IVA” all’Agenzia delle Entrate, e della Dichiarazione Iva annuale.

Inoltre gli incaricati sono tenuti alla redazione e presentazione telematica all’Agenzia delle Entrate anche del cosiddetto “spesometro”.

Le definizioni dell’inps

Le norme che disciplinano il commercio (articolo 19, decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114) definiscono la vendita a domicilio come una forma speciale di vendita al dettaglio, che si realizza con la raccolta di ordini di acquisto presso il domicilio del compratore.

I venditori porta a porta sono iscritti alla Gestione Separata se operano con contratto di lavoro autonomo. Dal punto di vista previdenziale si applicano le norme previste per i lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa (co. co. co.). In base alla legge 8 agosto 1995, n. 335, per i venditori porta a porta non è previsto il requisito dell’abitualità e continuità. Perciò, fino al 2003 i lavoratori sono stati iscritti anche per prestazioni occasionali e per qualsiasi importo, mentre dal 2004 vige una soglia di esenzione della base imponibile pari a 5.000 euro annui.

 La base imponibile

I venditori porta a porta non sono tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi, dal momento che i loro compensi sono soggetti a ritenuta fiscale a titolo d’imposta.

Fino al 31 dicembre 2002 la base imponibile riguardava l’intero ammontare delle provvigioni riscosse nell’anno. Dal 1° gennaio 2003 l’articolo 2, comma 12, legge finanziaria 2003, ha stabilito la deduzione forfetaria dal reddito pari al 22% a titolo di spese di produzione: da tale data l’imponibile fiscale è quindi pari al 78% delle provvigioni percepite.

L’articolo 44, comma 2, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269 convertito dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, ha stabilito che, dal 1° gennaio 2004, i venditori porta a porta sono soggetti a contribuzione previdenziale solo per redditi fiscalmente imponibili superiori a 5.000 euro annui.

Per effetto delle due deduzioni, fiscale e previdenziale, l’esenzione della contribuzione alla Gestione Separata è pari a 6.410,26 euro di provvigioni.

 Adempimenti

Nel caso il lavoratore abbia in essere più rapporti di lavoro deve comunicare tempestivamente ai propri committenti il superamento della soglia di esenzione. Se la soglia di esenzione è superata con la presenza di più provvigioni nello stesso mese, ciascun committente provvederà in maniera proporzionale secondo la provvigione erogata e quella totale percepita dal lavoratore.

 Contributo, versamento e denuncia

Ai venditori porta a porta si applicano le stesse norme dei collaboratori coordinati e continuativi in materia di:

  • iscrizione;
  • ripartizione del contributo;
  • versamento;
  • denuncia;
  • aliquote, massimale e accredito contributivo.

L’azienda committente provvede all’esplicazione di tutte le attività, compresa quella di versamento dei contributi.

Nella denuncia E-mens i venditori porta a porta sono identificati dal codice tipo rapporto 07 (non è richiesto il codice attività).

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[BITCOIN e CRIPTOVALUTE - come sono tassati in Italia]

bitcoin

COME VENGONO CONSIDERATE LE CRIPTOVALUTE IN ITALIA

Le nuove tecnologie “blockchain” hanno reso possibile l’introduzione delle criptovalute nel mondo digitale e reale, a partire dal Bitcoin che ha toccato valori anche pari a € 20.000.

Il mercato delle criptovalute ha avuto una crescita esponenziale, e ad oggi si contano oltre 500 exchanger, cioè piattaforme di negoziazione online, oltre 1.000 criptovalute diverse, per volumi miliardari.

L’Agenzia delle Entrate è quindi intervenuta nel cercare di dare delle definizioni e indicare eventuali assoggettamenti a tassazione di redditi e condotte rilevanti nelle transazioni di criptovalute.

Senza entrare nel merito della correttezza o meno delle definizioni adottate dall’AdE, in questo articolo verranno riassunte le posizioni dell’Autorità italiana sull’argomento.

RIFERIMENTI NORMATIVI E DI PRASSI

Ad oggi non sono molti i riferimenti normativi o di prassi su cui basarsi per inquadrare correttamente l’argomento, e quindi per il momento seguiremo quanto indicato dall’AdE:

  1.  Sentenza 22 ottobre 2015, causa C-264/14 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea;
  2. Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 72/E del 2016;
  3. Decreto Legislativo n. 90/2017
  4. Risposta all’Interpello per la Direzione Generale della Lombardia dell’Agenzia delle Entrate (Interpello 956-39/2018).

Partendo dalle definizioni fornite dall’AdE, in primis si evidenzia come quest’ultima cataloghi le criptovalute come “valuta virtuale” secondo il dettato dell’articolo 1, comma 2, lettera qq), del D. Lgs. 231/2007, il quale fornisce la seguente descrizione di ciò che deve intendersi valuta virtuale: “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi è trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

Nella Risoluzione del 2016, l’AdE riconosce alle criptovalute due fondamentali caratteristiche:

  • – Natura non fisica, bensì digitale, essendo create, memorizzate e utilizzate non su supporto fisico ma su dispositivi elettronici, e di conseguenza conservate in portafogli elettronici (c.d. wallet);
  • – Emissione e funzionamento dei Bitcoin grazie a dei codici crittografici e a dei complessi algoritmici.

La Risoluzione dell’AdE resta coerente con i principi espressi dalla giurisprudenza europea che identifica i Bitcoin come mezzo di pagamento contrattuale o volontario stabilito tra parti privati, e quindi non vengono equiparati a titoli; inoltre conferma il principio di “neutralità Iva” dato che il regime Iva dei mezzi di pagamento legali deve essere applicato a tutti i mezzi di pagamento, ed inoltre riconosce l’esenzione Iva come per le divise ex art. 10 Dpr 633/72.

Nella stessa Risoluzione, avallata dalla successiva pronuncia del 2018, l’Autorità specifica che l’attività di intermediazione di valute tradizionali con bitcoin, svolta in modo professionale ed abituale, costituisce un’attività rilevante oltre agli effetti dell’Iva anche dell’Ires e dell’Irap, soggetta agli obblighi di adeguata verifica della clientela, di registrazione e di segnalazione previsti dal decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231.

Per quanto attiene invece alle persone fisiche che detengono criptovalute al di fuori dell’attività d’impresa, alle operazioni di conversione di valuta virtuale si applicano i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali. Questo significa, come precisato nella pronuncia del 2018, che le cessioni a pronti di valuta virtuale non danno origine a redditi imponibili mancando la finalità speculativa, salvo generare un reddito diverso qualora la valuta ceduta derivi da prelievi da portafogli elettronici (wallet), per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta, ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter), del testo unico delle imposte sui redditi approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), e del comma 1-ter del medesimo articolo. Per cessione a pronti si intende una transazione in cui si ha lo scambio immediato di una valuta contro una valuta differente.

Quadro RW persone fisiche

DETTAGLI FISCALI - QUADRO RW

Come visto, per le persone fisiche che non effettuano transazioni di criptovalute in ambito professionale, l’Agenzia delle Entrate non prevede in generale un obbligo di tassazione, salvo i casi in cui presso i wallet risultino giacenze medie superiori ad un controvalore di € 51..645,69 per almeno 7 giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta.

Per determinare un’eventuale plusvalenza derivante dal prelievo dal wallet, che abbia superato la predetta giacenza media, si deve utilizzare il costo di acquisto e, agli effetti della determinazione delle plusvalenze/minusvalenze, si considerano cedute per prime le valute acquisite in data più recente (cfr. articolo 67, comma 1-bis, del TUIR).
In caso di bitcoin ricevuti “a titolo gratuito”, il costo iniziale da considerare è quello sostenuto dal donante, ai sensi del comma 6 dell’articolo 68 del TUIR.

Inoltre relativamente alle criptovalute, l’AdE precisa che poiché alle valute virtuali si rendono applicabili i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali nonché le disposizioni in materia di antiriciclaggio, si deve ritenere che anche le valute virtuali devono essere oggetto di comunicazione attraverso il quadro RW, indicando alla colonna 3 (“codice individuazione bene”) il codice 14 – “Altre attività estere di natura finanziaria”.
Il controvalore in euro della valuta virtuale detenuta al 31 dicembre del periodo di riferimento deve essere determinato al cambio indicato a tale data sul sito dove il contribuente ha acquistato la valuta virtuale. Negli anni successivi, il contribuente dovrà indicare il controvalore detenuto alla fine di ciascun anno o alla data di vendita nel caso di valuta virtuale vendute in corso d’anno.

Da ultimo, l’Agenzia precisa che le valute virtuali non sono soggette all’imposta sul valore dei prodotti finanziari, dei conti correnti e dei libretti di risparmio detenuti all’estero dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato (c.d. IVAFE), in quanto tale imposta si applica ai depositi e conti correnti esclusivamente di natura “bancaria” (cfr. circolare 2 luglio 2012, n. 28/E).

*****

La disamina di come oggi sia visto e considerato dall’Autorità fiscale italiana il fenomeno della detenzione e scambio di criptovalute, evidenzia diverse criticità e incongruenze, dato che le definizioni e le indicazioni fornite non collimano sempre con quanto avviene per le valute estere, ad esempio con riferimento alla fornitura del cambio ufficiale mensile che non esiste per le criptovalute, o con riferimento ai principi contabili che non permettono l’indicazione tra le disponibilità liquide delle criptovalute al contrario di quanto avviene per le divise estere.

Ricordando che la materia tributaria deve essere esclusivamente regolata dalla legge, e che le Circolari e Risoluzioni amministrative dell’Agenzia non costituiscono fonte di diritto come anche recentemente precisato dalla Giurisprudenza (sentenza 6185/2017, della Corte di Cassazione), ci auspichiamo un sollecito e chiaro intervento normativo in materia.

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[BONUS ASSUNZIONI e DECRETO DIGNITA']

Lavoro accoglienza

BONUS PER NUOVE ASSUNZIONI UNDER 35

Con le novità introdotte dal DL 87/2018 convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2018, n. 96 (in G.U. 11/08/2018, n. 186), viene anche salvaguardato e implementato lo sgravio dei contributi previdenziali nella misura del 50% per i successivi 36 mesi dalla data dell’assunzione con il contratto a tutele crescenti (d.lgs. n. 23/2015), per le assunzioni di personale under 35.

L’esonero contributivo, previsto dalla Legge di Bilancio 2018, consiste in una riduzione del 50% dei contributi previdenziali a carico dell’azienda, nel limite massimo di 3 mila euro annui per dipendente assunto tra gli anni 2019 e 2020, per le risorse che non abbiano compiuto il trentacinquesimo anno di età e non siano state occupate a tempo indeterminato con il medesimo o con altro datore di lavoro.

AUMENTO INDENNITA' LICENZIAMENTI ILLEGITTIMI

Importanti cambiamenti anche per il contenzioso del lavoro.

Nel caso in cui venga riconosciuto un licenziamento illegittimo, l’art. 3 del DL, intitolato “Indennita’ di licenziamento ingiustificato e incremento contribuzione contratto a tempo determinato”, prevede l’aumento delle indennità da corrispondere al lavoratore da <ventiquattro mensilità» della precedente norma, a «non inferiori a sei e non superiori a trentasei mensilità>>.

Assunzione donne
Lavoro

CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO: LIMITI

A partire dal 31/10/2018 i contratti a tempo determinato potranno avere un termine di durata non superiore a 12 mesi; solo in presenza di particolari condizioni da definire con apposita causale, potrà essere prevista una durata superiore, comunque non eccedente i 24 mesi.

In caso di stipula di contratti con durata superiore a 12 mesi, essi verranno considerati automaticamente contratti a tempo indeterminato dal periodo successivo i primi 12 mesi.

Segnaliamo che le giustificazioni per l’allungamento della durata contrattuale devono riferirsi a esigenze oggettive e straordinarie, estranee all’ordinaria attività.

 

 

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[FATTURA ELETTRONICA GRATUITA: come]

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Fattura classica

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Tutti gli strumenti sono resi disponibili sul sito dell’Agenzia.

Vediamo quindi quali sono i passi concreti per poter assolvere agli obblighi della fattura elettronica gratuitamente.

 

 

1. GENERAZIONE FATTURA ELETTRONICA flusso_generazione_fattura

Gli interessati possono accedere alla sezione di “Fatture Elettroniche – Registrazione dell’indirizzo telematico dove ricevere tutte le fatture elettroniche” all’interno dei servizi di “Fatturazione Elettronica”.

Tali attività possono essere altresì effettuate da soggetti incaricati che operano in nome e per conto del soggetto incaricante, nonché da soggetti delegati che operano in nome proprio, ma per conto del soggetto delegante.

 

2. TRASMISSIONE FATTURA ELETTRONICAflusso_trasmissione_fattura

Anche per la trasmissione della Fattura, è prevista una specifica procedura:

  • – Trasmissione della Fattura: La trasmissione della fattura elettronica consente l’invio via web della fattura nei tre formati previsti caricando il file dal computer dell’utente.La funzionalità consente il caricamento di file singoli o di un archivio zip di fatture. La dimensione massima del file caricato non deve superare i 5 Mb. In caso di file archivio, esso deve contenere al massimo 10 file fattura.La trasmissione è possibile purché i dati del fornitore presenti in fattura corrispondano ai dati del soggetto per conto del quale si sta operando.
  • – Scelta Destinatario Fattura
  • – Esito controlli Superato
  • – Esito controlli Scartato: In caso di scarto del file, è possibile consultare l’ELENCO DEI CONTROLLI EFFETTUATI SUL FILE FATTURAPA che possono dare origine ad uno scarto nonostante il file sia stato generato senza errori con l’applicazione dell’Agenzia Entrate.

E’ comunque sempre possibile monitorare lo stato della fattura utilizzando la funzionalità “Monitorare la fattura“.

 

3. CONSERVAZIONE FATTURA ELETTRONICAflusso_conservazione_adesione

In fine, di seguito i 3 punti relativi alla conservazione della Fattura Elettronica previsti dall’Agenzia delle Entrate:

  • – Conservare Fattura: Il servizio di conservazione della fattura elettronica è rivolto sia agli operatori economici che a coloro che ricevono fatture elettroniche (e ai relativi intermediari incaricati). La funzionalità prevede come prerequisito l’adesione ad una convenzione di servizio specifico.L’adesione alla convenzione avviene mediante esplicita accettazione delle condizioni in esso contenute dall’utente nell’area del servizio di conservazione, previa autenticazione, per conto proprio o del/dei soggetti incaricante/i. Il link di adesione viene reso visibile solo se l’utente non risulti già autorizzato alla conservazione. Viceversa, qualora l’utente abbia già aderito al servizio di conservazione, egli vedrà la sola funzionalità di revoca del servizio.
  • – Aderire al Servizio di Conservazione
  • – Revocare il Servizio di Conservazione: In caso di revoca, il soggetto giuridico viene profilato per non accedere più al servizio di conservazione ma solo al servizio di esibizione delle fatture per cui il servizio di conservazione era stato richiesto.

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Grazie per l’attenzione. Restiamo a disposizione per qualunque approfondimento.
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[FATTUR@ ELETTRONIC@ TRA PRIVATI: 3 punti per essere pronti]

1. INFO SULLA FATTURA ELETTRONICA

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fattura elettronica at

Dal 1° gennaio 2019 sarà obbligatoria la fattura elettronica anche per i privati B2B, e quindi per tutte le aziende, commercianti, artigiani e professionisti.

Diventa importante quindi essere preparati a questo grande cambiamento, che, come tutte le novità, può diventare un’ottima opportunità per i processi aziendali, ma non solo.

La fattura elettronica si differenzia dalla tradizionale fattura cartacea per il fatto che è emessa e ricevuta, firmata e conservata in forma digitalizzata, che transiterà tramite il sistema di interscambio (SdI) dell’Agenzia delle Entrate.

2. VANTAGGI DELLA FATTURA ELETTRONICA Fattura Elettronica classica

Il passaggio dai documenti analogici a quelli digitali consente di generare notevoli risparmi di tempo e di spazi, ottimizzando l’organizzazione e la conservazione dei documenti. Si tratta di risparmi dovuti a maggiore efficienza, a un minore impiego di manodopera, in generale, alla dematerializzazione dei processi di gestione dei documenti.

Inoltre con la fatturazione elettronica le aziende potranno accedere al loro cassetto fiscale per verificare le fatture di loro competenza, o utilizzare un portale pubblico predisposto dall’Agenzia delle Entrate in cui indicare i canali con cui si preferisce ricevere le fatture.

I vantaggi si concretizzano nella riduzione del numero di adempimenti e nella certezza della consegna della fattura emessa, facilitando anche i processi per gli incassi. Aumenta la facilità di elaborazione dei dati della fattura, e le modalità di ricezione delle fatture si riduce a una.

Con uno scambio istantaneo tra le aziende, l’eliminazione di errori formali delle procedure automatizzate, e quindi un miglioramento organizzativo interno, le aziende avranno più tempo e risorse da dedicare al proprio business.

3. CONSIGLI UTILIFattura Elettronica Consigli

Per evitare sanzioni e ritardi negli incassi, meglio essere preparati entro il nuovo anno.

Aggiornare le anagrafiche dei propri clienti con indirizzo PEC o, in caso di rapporti con la Pubblica Amministrazione, con il codice CIG/CUP.

Verificare e testare le migliori soluzioni software per la gestione dei processi legati alla creazione dei file xml delle fatture, e alla loro contabilizzazione, magari consultando il proprio consulente contabile su eventuali possibilità che facilitino lo scambio di dati per gli altri adempimenti fiscali e di bilancio.

Richiedere l’accreditamento presso il Sistema di Interscambio, procedere con la registrazione del proprio codice destinatario/PEC sul sito dell’Agenzia delle entrate, e formare le risorse interne sui nuovi processi che verranno utilizzati dall’azienda.

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[PRESCRIZIONE CARTELLE ESATTORIALI: 5 o 10 anni]

LA PRESCRIZIONE DELLE CARTELLE SEGUE QUELLA DEL TRIBUTO O DELLA SENTENZA

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Cartella Esattoriale

Con la sentenza n. 2224/2017 la Commissione tributaria regionale della Toscana  ha affermato che la prescrizione delle cartelle esattoriali tributarie senza sentenza definitiva è pari a 5 anni.

Il termine prescrizione è quinquennale anche se la cartella è ritenuta definitiva e non più impugnabile, dato che il termine di prescrizione segue quello dell’imposta richiamata nella cartella stessa.

La cartella esattoriale non opposta non è un titolo giudiziale, in quanto formata unilateralmente dall’ente che la emette, per cui non può applicarsi al credito ivi contenuto la prescrizione decennale conseguente ad una sentenza di condanna passata in giudicato.

PRINCIPI DELLA SENTENZA – PRESCRIZIONECartella Equitalia

Il Giudice Tributario nella sentenza citata ha accertato che il tributo sottostante la cartella è prescritto, ritenendo quindi fondata l’impugnazione delle cartelle oggetto del giudizio, ritenendola meritevole di accoglimento con conseguente condanna dell’Agenzia delle Entrate alle spese di giudizio.

“La prescrizione ordinaria è applicabile solo quando vi è stata una verifica giurisdizionale, un provvedimento del Giudice che definisce la lite”.

“Anche se la cartella è divenuta definitiva e non più impugnabile, il termine di prescrizione segue quello della imposta richiamata nella cartella stessa, mentre nel caso di sentenza definitiva il titolo in base al quale l’Agenzia delle Entrate fa valere la propria pretesa fiscale è la sentenza di condanna, che può comportare una statuizione simile e diversa da quella impugnata, con conseguente applicabilità della prescrizione decennale”.

Scarica la sentenza.

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[GIUSTA CAUSA per LICENZIAMENTO: al Giudice l'ultima parola]

IL GIUDICE PUO’ VALUTARE LA CONDOTTA PER DECIDERE LA GIUSTA CAUSA

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Giudice

Le fattispecie che costituiscono giusta causa di licenziamento in base a un CCNL hanno carattere esemplificativo e non sono necessariamente vincolanti, lasciando al giudice lo spazio per ampliarne o circoscriverne la portata sul piano disciplinare alla luce, tra l’altro, di quanto sia emerso dal concreto atteggiarsi della condotta inadempiente del lavoratore.

Questo il principio enunciato dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 6606/2018.

 

PRINCIPI DI GIUSTA CAUSAGiusta causa

La Cassazione sancisce che il Giudice può inferire la giusta causa  di licenziamento anche se manca un’apposita previsione del CCNL, in presenza di una grave condotta inadempiente del lavoratore ritenuta contraria alle norme della comune etica o alle regole del comune vivere civile.

La giusta causa di licenziamento costituisce una nozione legale che può essere assoggettata alla valutazione del Giudice nell’ambito dei suoi poteri.

Considerando quanto sopra, il Giudice può anche escludere la giusta causa di licenziamento, a seguito di una valutazione delle circostanze concrete che hanno caratterizzato la condotta inadempiente.

La Suprema Corte precisa che nel caso in cui il contratto collettivo preveda una sanzione meramente conservativa, pur essendo la condotta inadempiente del lavoratore suscettibile di integrare giusta causa di licenziamento, le disposizioni del contratto collettivo sono destinate a prevalere rispetto alle valutazioni più severe sulla ricorrenza della giusta causa che possano essere svolte dal giudice, in quanto le norme sul concetto di giusta causa e di proporzionalità della sanzione sono derogabili in meglio.

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[ILLEGITTIMO LICENZIAMENTO per messaggi nell'email aziendale]

LICENZIAMENTO PER GIUSTA CAUSA ILLEGITTIMO SE FONDATO SU EMAIL

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licenziamento

Solo la Posta Elettronica Certificata o la firma digitale possono essere considerate una prova ai fini del licenziamento, mentre il licenziamento per giusta causa fondato sui messaggi contenuti nella posta elettronica aziendale del dipendente, non può essere considerato legittimo, poiché non vi è certezza che tali messaggi siano riferibili all’autore apparente.

Questo quanto affermato dalla Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 5523/2018, in cui ha ribadito che l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del codice civile per le scritture private, è attribuita dall’articolo 21 del d.lgs. n. 82/2005 solo al documento sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale.

 

LA SENTENZAemail-marketing

La suprema Corte ha riconosciuto corretta la conclusione del giudice che aveva escluso che i messaggi email rinvenuti nella casella di posta elettronica del dipendente fossero riferibili al suo autore apparente, licenziato per giusta causa, in assenza di firma elettronica.

Secondo la Corte di Cassazione, in relazione all’art. 2702 del codice civile, i documenti prodotti in giudizio basati su email ordinarie e non certificate, non hanno natura di scrittura privata, e pertanto, l’illegittimità del licenziamento fondato su una email va ribadita.

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