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[Criptovalute e antiriciclaggio - V Direttiva UE e indicazioni in Italia]

La nuova direttiva (UE) 2018/843 è entrata in vigore il 9 luglio 2018 e gli Stati membri dovranno attuarla entro il 10 gennaio 2020.

Tra le novità trattate, viene dato spazio al tema delle “valute virtuali” come nominate nella stessa direttiva, e ai riflessi in materia di antiriciclaggio, con particolare attenzione agli obblighi e adempimenti per i prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute aventi corso legale (vale a dire le monete e le banconote considerate a corso legale e la moneta elettronica di un paese, accettate quale mezzo di scambio nel paese emittente) e i prestatori di servizi di portafoglio digitale, che attualmente non sono soggetti all’obbligo dell’Unione di individuare le attività sospette in tema di antiriciclaggio.

La V Direttiva, nel suo considerando n. 8, specifica quindi che è di fondamentale importanza ampliare l’ambito di applicazione della precedente direttiva UE 2015/849 in modo da includere i prestatori dei suddetti servizi  nei più stringenti obblighi legati all’antiriciclaggio e al contrasto del finanziamento del terrorismo (AMI/CFT), indicando che le autorità competenti dovrebbero essere in grado di monitorare, attraverso i soggetti obbligati, l’uso delle valute virtuali. Tale monitoraggio consentirebbe un approccio equilibrato e proporzionale, salvaguardando i progressi tecnici e l’elevato livello di trasparenza raggiunto in materia di finanziamenti alternativi e imprenditorialità sociale.

Con il successivo considerando n. 9, la norma europea specifica che “l’anonimato delle valute virtuali ne consente il potenziale uso improprio per scopi criminali. L’inclusione dei prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute reali e dei prestatori di servizi di portafoglio digitale non risolve completamente il problema dell’anonimato delle operazioni in valuta virtuale: infatti, poiché gli utenti possono effettuare operazioni anche senza ricorrere a tali prestatori, gran parte dell’ambiente delle valute virtuali rimarrà caratterizzato dall’anonimato. Per contrastare i rischi legati all’anonimato, le unità nazionali di informazione finanziaria (FIU) dovrebbero poter ottenere informazioni che consentano loro di associare gli indirizzi della valuta virtuale all’identità del proprietario di tale valuta. Occorre inoltre esaminare ulteriormente la possibilità di consentire agli utenti di presentare, su base volontaria, un’autodichiarazione alle autorità designate.

Nel D.Lgs. 90/2017 (attuazione della direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo) si ritrova la seguente definizione di valuta virtuale: “la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente“.

La V Direttiva UE effettua alcune precisazioni ulteriori, definendo valuta virtuale “una rappresentazione di valore digitale che non emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente“.

Appare quindi evidente la volontà del legislatore europeo di trovare maggiori specifiche che connotino le caratteristiche delle criptovalute, non riconoscendo ad esse valore di valuta a corso forzoso come avviene in alcuni stati extra UE, quale il Giappone ad esempio.

Come anticipato, la nuova direttiva europea prevede “la possibilità di consentire agli utenti di presentare, su base volontaria, un’autodichiarazione alle autorità designate” per consentire di associare gli indirizzi della valuta virtuale all’identità del proprietario.

Tale identificazione sta alla base delle informazioni raccolte con l’adeguata verifica effettuata dai soggetti obbligati e stabiliti dalle norme antiriciclaggio, come ad esempio banche, professionisti e quindi ora anche prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute reali e dei prestatori di servizi di portafoglio digitale.

Ma quello che preme segnalare è la disposizione inserita nello schema del decreto ministeriale di attuazione proposto dal MEF, nel cui art. 2, 2° comma, viene previsto l’obbligo di iscrizione nella sezione speciale anche agli “operatori commerciali che accettano valuta virtuale quale corrispettivo di qualsivoglia prestazione avente ad oggetto beni, servizi o altre utilità”. Questo porterebbe di fatto ad appesantire di responsabilità e di adempimenti anche gli operatori commerciali e, di conseguenza potrebbe determinare un forte deterrente all’accettazione e alla divulgazione delle criptomonete nel nostro paese come strumento di pagamento e scambio di valore.

Lungi dal voler fornire valutazioni a riguardo, ci auspichiamo che le competenti autorità italiane valuteranno adeguatamente i provvedimenti futuri anche in ottica di un reale sviluppo basato sulle nuove tecnologie, evitando trasferimenti di imprese e imprenditori verso paesi con previsioni più favorevoli in tal senso.

Grazie per la lettura. Contattateci senza alcun impegno per maggiori approfondimenti. G3 Consulenza

[Utility Token - cosa sono e come sono tassati in Italia]

Le nuove tecnologie legate alla blockchain hanno reso possibile l’introduzione di nuove forme di fundraising per i nuovi progetti che si intendono sviluppare, tra cui le ICO, ossia le Initial Coin Offering (o Initial Currency Offering), che permettono la raccolta di cripto valute o valuta FIAT per finanziare i progetti nascenti.

Al fine di stimolare l’interesse dei possibili finanziatori, possono essere offerti i beni o i servizi che il progetto fornirà, a condizioni vantaggiose tramite utility tokens.

L’azienda emittente specificherà nel proprio “white paper” (documento di dettaglio del progetto e delle condizioni):

  • – l’ammontare minimo e massimo dei token da offrire sul mercato;
  • – il valore di ogni token in termini di valuta corrente ovvero di valuta
    virtuale;
  • – la quantità di valuta corrente o di valuta virtuale necessaria per
    comprare un token;
  • – il valore dei beni e servizi che potranno essere resi al compratore del token, successivamente all’ICO, ovvero la quantità di token necessaria per ottenere un determinato bene o servizio;
  • – il numero di token emessi in aggiunta a quelli offerti, che la società si riserva di mantenere come propri.

I titolari dei token potranno restituirli in qualsiasi momento alla Società
emittente per fruire dei beni e servizi che la stessa è autorizzata a vendere.
In alternativa, l’acquirente potrà cedere il token a terzi, a fronte di un corrispettivo in valuta corrente o valuta virtuale.

Questo strumento può diventare interessante anche per chi intende speculare sul possibile aumento di valore dei token, dato che l’offerta è fissa, e quindi, se la domanda dovesse crescere a seguito del successo del progetto e di quanto offerto dallo stesso, ne conseguirebbe un incremento di valore.

L’aumento dei progetti in Italia che prevedono l’emissione di utility token ha portato alla risposta n. 14 dell’Agenzia delle Entrate all’interpello promosso in tema di “Regime fiscale (IRES, IRAP ed IVA) relativo alla offerta di token digitali“.

In tale risposta, come primo assunto l’AdE specifica che i token saranno rappresentativi unicamente del diritto di acquistare beni e servizi del soggetto emittente, con espressa esclusione di finalità di natura monetaria, speculativa e partecipativa.

 

IVA

L’AdE inizia la sua analisi dal trattamento Iva, facendo riferimento alla cessione degli utility token da parte della Società verso corrispettivo a privati consumatori, e ritenendo che gli stessi presentino caratteristiche tali da essere tendenzialmente assimilati ai voucher, quali strumenti che conferiscono al detentore il diritto a beneficiare di determinati beni e/o servizi.
Quindi, secondo l’AdE vige il principio secondo cui l’emissione e la circolazione dei voucher non assumono rilevanza IVA, non configurandosi quale anticipazione della cessione/prestazione cui i “buoni” stessi danno diritto. La rilevanza fiscale, e quindi l’applicazione dell’IVA, si assume dunque al momento dell’utilizzo del voucher, ossia all’atto dell’acquisto del bene/servizio che lo stesso incorpora (i.e. consumo finale).

Per l’ente la cessione degli utility token è riconducibile ad una mera movimentazione finanziaria, non rilevante agli effetti dell’IVA e l’imposta si renderà esigibile solo al momento in cui i beni saranno ceduti o i servizi prestati con la spendita dei token.

Imposte sui redditi

Passando all’analisi delle imposte sui redditi derivanti dalla cessione di utility token, l’AdE specifica che qualora  sul piano contabile l’operazione sia rappresentata come una mera movimentazione finanziaria in applicazione dei corretti principi contabili, la stessa non assumerà autonoma rilevanza fiscale ai fini IRES.
Conseguentemente, ai fini delle imposte sui redditi, le somme incassate a seguito dell’assegnazione degli utility token non incideranno sulla determinazione “dei redditi” del periodo d’imposta in cui concorrono alla formazione della base imponibile i beni e/o le prestazioni di servizi cui hanno diritto i possessori dei buoni regalo; i componenti di reddito saranno invece considerati fiscalmente rilevanti:

  1. nel momento dell’imputazione a conto economico ex art. 83 Tuir;
  2. nel momento in cui la cessione dei beni e/o la prestazione dei servizi è considerata effettuata ex art. 109 Tuir.

Relativamente all’Irap, l’AdE richiama gli stessi principi enunciati per l’Ires.

In ultimo, la risposta n. 14 in esame, specifica che le remunerazioni e i compensi erogati sotto forma di token ai propri amministratori e dipendenti, in ossequio del principio di onnicomprensività, costituiscono per i percettori reddito di lavoro dipendente, da assoggettare a ritenuta d’acconto ai sensi dell’articolo 23 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 sempreché il valore di tale forma remunerativa superi, per ciascun percettore, nel periodo d’imposta,
euro 258,23.

Al termine dell’analisi del trattamento fiscale degli utility token, l’Agenzia delle Entrate nella risposta 14 fornisce importanti indicazioni anche sugli utenti che acquistano e detengono i token.

Ai fini della tassazione dei redditi realizzati dalle persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di una attività di impresa, che detengono gli utility token, si ritiene che gli stessi costituiscono rapporti da cui deriva il diritto di acquistare a termine (quando sarà disponibile) il prodotto o il servizio e, pertanto, sono suscettibili di generare un reddito diverso ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR.
Tali redditi diversi di natura finanziaria devono essere indicati nel quadro RT del Modello Redditi – Persone Fisiche e sono soggetti ad imposta sostitutiva con aliquota del 26 per cento.”

 

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